lunedì 12 marzo 2012

GIOVANI, IMPRESA, LAVORO: La Regione Veneto fa troppo poco

(INTERVENTO PUBBLICATO SU IL CORRIERE DEL VENETO)


Fino a quando chi governa il Veneto passera’ il tempo a magnificare sulla stampa la propria azione di governo, celebrando i  successi della Regione ed i propri, assomigliera’ sempre di piu’ al vecchio Pangloss. Narra infatti Voltaire che l’anziano precettore Pangloss trascorresse il proprio tempo cercando di spiegare al giovane allievo Candido che il piccolo castello di Thunder-ten-Tronckh era il migliore dei mondi possibili: "Dimostrava in maniera mirabile che non esiste effetto senza causa, e che, in questo che è il migliore dei mondi possibili, il castello del signor barone era il più bello dei castelli, e la signora baronessa la migliore delle baronesse possibili." Allo stesso modo l’Assessore alle Attivita’ Produttive ha recentemente magnificato dalle pagine de Il Corriere del Veneto i 24 milioni spesi dalla regione per sostenere l’imprenditoria femminile e giovanile in Veneto durante il quinquennio 2006-2010, sostenendo ben 2000 nuovi progetti imprenditoriali. Sembrano numeri impressionanti: vanno tuttavia contestualizzati. Nel medesimo quinquennio sono nate in Veneto ben 160.000 nuove imprese: quelle sostenute dalla normativa regionale sono poco superiori all’1%. Direi dunque che l’impatto dell’azione di governo e’ stato del tutto trascurabile. Dovremmo poi valutare attentamente che tipo di imprese sono nate con il contributo della Regione ed in quali settori operano. Sono imprese di servizi a basso valore aggiunto oppure piccole nuove Google destinate a giocare un ruolo sui mercati internazionali? Sono imprese la cui operativita’ e’ limitata ai soci o imprese che nel corso degli anni sono state in grado di crescere e creare occupazione? Quante di queste imprese sono poi sopravvissute? Sono tutte domande che se vogliamo valutare seriamente le politiche del governo regionale devono trovare una risposta. Impossibile poi sottrarsi al confronto con altri governi regionali. Gia’ quel confronto che non avviene mai: qualcuno ha mai sentito confrontare le politiche di sostegno all’imprenditorialita’ del Veneto rispetto a quelle della Lombardia o dell’Emilia Romagna? No, mai, proprio perche’ di fronte al confronto con le risorse ed i risultati di altri governi regionali, il nostro Veneto scompare. Nonostante l’autocelebrazione dei nostri governanti. Nello stesso quinquennio citato dall’Assessore la regione Lombardia ha stanziato risorse ben superiori a quelle della regione Veneto. Sono nel biennio 2009-2010 sono stati stanziati 20 milioni di euro. E la regione Emilia Romagna? Invece di finanziare imprenditorialita’ a basso valore aggiunto ha scelto di rivolgere le proprie risorse verso la creazione di impresa ad alta intensita’ tecnologica, che in molti casi viene portata avanti proprio da giovani o giovanissimi. Una rapida visita ai siti dei progetti Spinner, Ermesimprese, del consorzio Aster o del programma WeTechOff e di tanti altre iniziative emiliane potra’ far assaporare al lettore opportunita’ che in Veneto non si vedono neanche con il cannocchiale.  Davvero la Giunta Zaia pensa che i veneti siano come Candido e si lasceranno convincere dal Pangloss di turno che in fondo la nostra e’ la migliore regione che ci sia e che il suo governo e’ il migliore dei governi possibili?

giovedì 8 marzo 2012

MINACCE A RENZI

SCRITTA BR, GIACON (PD) SCRIVE A RENZI: "SOLIDARIETA' POLITICA, AMICIZIA ED UN INCORAGGIAMENTO AD ANDARE AVANTI CON IL BUON GOVERNO E CON IL RINNOVAMENTO DELLA POLITICA"

Solidarieta', vicinanza ed un grande incoraggiamento ad andare avanti a rottamare la politica del passato e a ben amministrare la sua Firenz: questo il contenuto del messaggio che Paolo Giacon, dirigente regionale del PD del Veneto e consigliere provinciale del Partito Democratico a Padova ha inviato questa sera a Matteo Renzi. Proprio qualche ora fa infatti e' stata scoperta sui muri di Firenze una frase minacciosa anonima che auspica l'utilizzo di una pistola P-38 contro l'attuale sindaco di Firenze.
" Si tratta di rigurgiti di passato di cui le istituzioni ed i cittadini non devono avere paura. La Storia ha gia' vinto contro i violenti. Conosco Matteo da tanti anni, da quando militavamo insieme nella Margherita, e so che non si lascia intimorire da questi avvertimenti. Anzi trarra' nuova energia per la sua azione amministrativa e riformatrice. A lui la mia solidarieta' politica ed un pensiero di amicizia e stima."

sabato 25 febbraio 2012

nuova bufera in provincia di Padova

PROVINCIA, DENUNCIA DEL PD: “MINORANZE VIDEO-CENSURATE, SONO METODI DA DITTATURA LIBICA. DA PALAZZO SANTO STEFANO SCARSO SENSO DELLE ISTITUZIONI E POCO RISPETTO VERSO CHI LA PENSA DIVERSAMENTE”

Appello al Presidente del Consiglio Serato per un utilizzo etico e bilanciato della comunicazione istituzionale

PADOVA 25 febbraio 2012 – “Possibile che la comunicazione istituzionale della provincia di Padova adotti i vecchi trucchi del colonnello Gheddafi e delle dittature sovietiche? Nell’ultimo video messo online su Youtube tutti gli interventi dei rappresentanti delle minoranze sono stati censurati, nessuno del PD, IdV o UdC e’ stato intervistato: gli unici che hanno trovato spazio nel video dalla Provincia di Padova sono esponenti della maggioranza, uno della Lega Nord e uno del PDL, secondo quanto prevede il manuale Cencelli alla voce videoriprese. Il pensiero e le idee delle opposizioni evidentemente non sono stati ritenuti degni di essere riportati ai cittadini. Questo comportamento si puo’ chiamare in un solo modo: censura.” E’ durissimo il consigliere provinciale Paolo Giacon che solleva una nuova polemica sulla comunicazione istituzionale della provincia di Padova. Comunicazione da cui le minoranze sono state tagliate fuori. “Tutti i cittadini possono prendere visione del pensiero unico presente in provincia collegandosi al sito http://www.youtube.com/user/ProvinciaPadova . Possibile che la comunicazione istituzionale della Provincia di Padova si comporti in maniera cosi’ tendenziosa e scorretta? Ancora una volta assistiamo all’utilizzo dell’amministrazione come strumento di campagna elettorale e non di governance responsabile. ”

“E’ chiaro che se parliamo delle iniziative della Giunta, gli assessori sono liberissimi di occupare per ore lo schermo e le telecamere, - puntualizza Giacon - ma se si intende riferire ai cittadini il contenuto di un consiglio provinciale non e’ possibile fare finta che le minoranze non esistano e riportare solo il pensiero unico della maggioranza. Il titolo del breve video della Provincia parla chiaro “consiglio provinciale 23 febbraio”: chi fa informazione istituzionale deve riportare le idee espresse dal consiglio e non solo dalla maggioranza, altrimenti compie una censura intollerabile”.

“Mi appello all’alto senso delle istituzioni dimostrato dalla Presidente del Consiglio Serato, - conclude il consigliere democratico - affinche’ nel caso venga riportata l’attivita’ del consiglio da parte dei video esperti in comunicazione della Provincia, sia dato adeguato spazio anche alle minoranze. Una corretta etica delle istituzioni e della comunicazione lo impone.”

venerdì 24 febbraio 2012

pubblicato oggi dal quotidiano EUROPA

Under 35, imprenditori non si nasce

Grazie alle recenti misure del governo Monti, per un giovane under 35 creare una nuova impresa non sarà più un’impresa. Misure quasi rivoluzionarie che devono tuttavia essere completate con un grande intervento di respiro nazionale relativo alla formazione imprenditoriale. È possibile insegnare ai più giovani ad essere imprenditori? Certo. Ed è anche possibile ispirare le giovani generazioni gettando lungo il loro percorso educativo e scolastico il seme dell’imprenditorialità. Solo in questo modo gli innovativi provvedimenti di Monti potranno essere uno strumento fecondo. I futuri capitani d’azienda devono essere sensibilizzati e formati in maniera adeguata e completa. Grazie a un impegno sinergico e trasversale di scuole, università, camere di commercio, associazioni datoriali.
L’esperienza sul campo è uno strumento molto, anzi troppo rischioso. Lo sanno bene nei paesi anglosassoni dove la entrepreneurship education è rivolta in particolare a tutti quegli studenti che non seguono un percorso scolastico ed universitario di matrice economica. Si tratta di corsi,workshop, incontri con imprenditori, presenze effettive in azienda, simulazioni di vita aziendale e decisioni strategiche, business games, che sensibilizzano gli studenti, a partire dalla scuola elementare, fino alle aule universitarie sui temi della creatività, della gestione aziendale, dell’innovazione, della gestione delle risorse umane, della strategia, della concorrenza. Percorsi che sviluppano la crescita di quelle abilità necessarie a creare e gestire una nuova impresa. Una marcia in più che può risultare utilissima anche per chi svolge un lavoro dipendente.
Qui in Italia la formazione imprenditoriale è affidata alle iniziative sporadiche, non coordinate, poco formalizzate, delle camere di commercio, delle associazioni di imprenditori e di qualche illuminato insegnate delle scuole superiori o docente universitario. Troppo poco. Consigliamo dunque al governo e al parlamento di darsi da fare e riprendere in mano un’agenda europea poco conosciuta.
Si chiama Agenda di Oslo e non ha nessuna parentela con la più sfortunata Agenda di Lisbona. È un ricco documento che raccoglie le migliori pratiche ed iniziative di formazione imprenditoriale attuate nel resto d’Europa. Questo può essere il punto di partenza grazie al quale il ministero dello sviluppo economico insieme al ministero per l’istruzione e l’università possono’ costruire un piano nazionale per la formazione imprenditoriale.
Lo scopo non è certo quello di creare un’intera popolazione di imprenditori, ma di: 1) vincere i tradizionali pregiudizi nei confronti del fare impresa; 2) aumentare il potenziale di ciascun individuo per sviluppare la creatività, prendere l’iniziativa, assumersi la responsabilità e valutare il rischio, essere indipendenti, lavorare in team; 3) incrementare atteggiamenti e comportamenti “imprenditoriali” anche per lavoratori dipendenti nell’ambito pubblico come in quello privato.
Una formazione che mira dunque a creare cittadini, lavoratori ed aspiranti imprenditori più responsabili, proattivi, creativi e dinamici. Uno strumento indispensabile per gettare quel prezioso seme dell’imprenditorialità che non può nascere solamente nei figli e nelle figlie degli imprenditori. Una società dinamica e competitiva ha bisogno di questo seme, per promuovere l’ascesa sociale degli individui e garantire a tutti pari opportunità. Una società immobile, invece, si cristallizza nelle dinastie imprenditoriali. Che a volte hanno successo, ma che troppo spesso falliscono.
L’auspicio è dunque che il governo voglia completare con urgenza le misure per l’imprenditoria giovanile con l’introduzione sistematica della formazione imprenditoriale. Una via obbligata per garantire la competitività e la crescita di un paese realmente dinamico e ricco di opportunità per i suoi giovani.

venerdì 17 febbraio 2012

mercoledì 15 febbraio 2012

domenica 12 febbraio 2012

ritratto della mia generazione (di M.S. Natale) da Il Corriere della Sera

La generazione in controtempo
Trentenni in cerca di una voce

Faticano a dire «noi» e a imporsi nel discorso pubblico. Fino a quando?

Lady Oscar, cartone degli anni '80Lady Oscar, cartone degli anni '80
Grande festa alla corte di Francia, c'è nel regno una bimba in più ... se vi sentite colpiti al cuore, come se la Versailles di Fersen e Maria Antonietta custodisse un segreto solo vostro; se basta dire che «sulla cima dell'Olimpo c'è una magica città» per farvi tornare a casa; se pensate che i polsi sanguinanti della schiacciatrice Mimì, gli allenamenti nel temporale di Oliver Hutton e la schiena dell'attrice Maya imprigionata nel bambù siano l'origine dei vostri talenti autoflagellatori come della folle convinzione che la felicità passi dall'annichilimento, parliamo di voi, di noi, finalmente.


I nati tra la fine dei Settanta e i tardi Ottanta, dieci milioni di italiani liquidati alla voce «bamboccioni», poco attraente e assolutoria per chi ci relega nel mare statistico dell'eterna adolescenza dove facciamo da spalla ai fratelli maggiori quarantenni che, almeno loro, hanno lasciato la casa di mamma e papà per cominciare a scegliere, tentare, sbagliare, progettare, all'inseguimento di miti ancora intatti come la realizzazione per diritto dopo faticoso apprendistato e, perché no, un posto fisso. Restiamo i «piccoli», i ragazzi che devono dar retta ai nonni e cambiare indirizzo a sogni e aspettative, generazione allo stato ameboide dai contorni sfumati. Troppo giovani per essere chiamati a incarichi di responsabilità in un sistema che non ti sceglie per cosa sai e quanto puoi imparare, ma messi a processo per poca intraprendenza e propensione a quel rischio che non ci è stato insegnato come valore. «Di uno che entra nel suo trentesimo anno non si smetterà di dire che è giovane», scriveva nel 1961 Ingeborg Bachmann, salvo poi aggiungere che è quello il momento in cui si è chiamati a «dimostrare ciò che realmente si è capaci di pensare e di fare, confessare che cosa ci importi davvero».

Siamo in controtempo. Più tecnologici dei quarantenni ma non nativi digitali come i primi ventenni. Andavamo a scuola con l'Invicta e dalle vacanze spedivamo cartoline, scrivevamo agli amici di penna lettere su carta colorata e imparavamo l'inglese ascoltando Bryan Adams in cassetta. Ma siamo stati i primi a considerare Internet una frontiera da esplorare con fiducia, dimensione alternativa accolta senza resistenze. Pionieri dell'email e del Cd, all'università annegavamo in mari di fotocopie rilegate con le spirali, anni luce dal 2.0. Nati troppo tardi per cogliere fino in fondo la potenza estetica di spalline e capelli cotonati, abbiamo recuperato per un soffio Shine On You Crazy Diamond , l'89 l'abbiamo capito dopo, flash indelebili la prima nave dall'Albania e la fine di Falcone e Borsellino, il passaggio tra le due Repubbliche ci ha trovati al bivio tra Take That e Backstreet Boys.


Il libro Bim Bum Bam, uscito a gennaio per i tipi di MondadoriIl libro Bim Bum Bam, uscito a gennaio per i tipi di Mondadori
Un segmento di popolazione con diversi livelli interni di autocoscienza che fatica a dire «noi» e imporsi nel discorso pubblico. Abbiamo miti fondativi ma non una narrativa generazionale. Un'identità sfuggente e neanche un nome. Un tentativo organico di fissare le coordinate di una generazione in una mappa utile per i più anziani intenti a disegnare il futuro di questo Paese è rappresentato da un libro appena pubblicato da Mondadori, scritto da Alessandro Aresu, filosofo classe 1983 allievo tra gli altri di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. La chiave è nel titolo-manifesto, «Generazione Bim Bum Bam», dal nome di una trasmissione televisiva andata in onda tra il 1982 e il 2002 sulle reti Fininvest-Mediaset. Cominciava alle quattro del pomeriggio, programma contenitore di cartoni animati giapponesi diventati Storia - alla corte di Francia «Lady Oscar», sull'Olimpo «Pollon», sotto rete «Holly e Benji», saghe che oggi rivivono grazie a YouTube, sigle di Cristina D'Avena che non smetteremmo mai di cantare. Dai figli dei fiori ai nipoti della Caciotta Fetecchia, gloriosa leccornia esaltata dal giovane Paolo Bonolis, tra i primi conduttori accanto a Uan, pupazzo rosa dei nostri pomeriggi. Un'infanzia di cultura pop e tv commerciale che sarebbe ingenuo e ingiusto, avverte Aresu, archiviare come semplice prodotto del «Grande Piano di Lobotomizzazione» attribuito dagli analisti ai geni manipolatori dell'evo berlusconiano. Eravamo chiusi nelle nostre camerette mentre fuori finiva la Guerra Fredda e l'Italia aspettava una rivoluzione che non è arrivata mai.

Avevamo storie di coraggio e dedizione, con un carico un po' angosciante di etica nipponica da sacrificio. Abbiamo preso la nostra strada portando con noi questi - tra altri - riferimenti culturali che non dovrebbero sfuggire a chi vuol capire questo pezzo d'Italia. Senza inoltrarci nell'intricata ermeneutica del manga, basterà dire che «Mila e Shiro due cuori nella pallavolo», la ginnasta «Hilary», il golfista «Lotti» hanno avvicinato milioni di bambini alla bellezza dello sport e all'epica dell'autoperfezionamento, se tra loro ci fosse stata una nuotatrice avrebbe avuto la grinta e le fragilità di Federica Pellegrini. Pur nella sua parzialità, il libro ha il merito di mettere a fuoco riferimenti, archetipi, punti di contatto possibili con i nati in quel decennio che fa perno sul 1981, «perduto» per un'economia paralizzata e una classe dirigente ostaggio di complottismi apocalittici che non ha investito, costruito, lavorato per rilanciare l'Italia. Di ragioni per essere arrabbiati e rassegnati, i trentenni ne hanno eccome. Ma sorge anche il dubbio che abbiano lasciato «ai grandi» le parti principali per ritirarsi malinconici e incompresi nelle loro camerette. Certo, nell'85 i Righeira uscirono con L'estate sta finendo , «sto diventando grande, lo sai che non mi va...». Che sia tempo di trovare la nostra voce e proporci come protagonisti?